È uscito il secondo numero dell’Almanacco CGIL dell’economia, dal titolo “La crisi di domanda insiste: troppa disoccupazione. Meno male che ci sono i rinnovi contrattuali”. È ormai chiaro che nel nostro Paese anche la presentazione, la disposizione e l’analisi dei dati soffrono dei noti limiti di libertà della stampa e, in generale, dei media. Le periodiche “note” degli istituti e dei centri di ricerca, nazionali e internazionali, non sempre illustrano in modo oggettivo le statistiche sull’andamento dell’economia italiana.

Per questo, nasce l’Almanacco CGIL dell’economia, con cadenza approssimativamente mensile. Utilizzando le fonti ufficiali (a partire dall’ISTAT), ci appare utile organizzare periodicamente l’informazione statistica in modo trasparente e immediato. L’idea è di fornire un “cruscotto” dei principali indicatori macroeconomici nazionali, selezionati anche in ragione dell’attività sindacale: in un’unica tabella, una prima parte sui Conti nazionali che compongono la crescita dal lato della domanda aggregata; una seconda parte sulla produzione e sull’industria; una terza parte sull’inflazione; una quarta parte sul mercato del lavoro; un’ultima parte sui salari.

Nella prima tabella che si trova sotto sono riportati gli indicatori e, di volta in volta, aggiornati i livelli (in valore assoluto, in euro o in numeri indice), le variazioni e la dinamica congiunturale, tendenziale e rispetto al periodo pre-crisi. Tutti gli indicatori sono lineari e riproducibili, ma possono anche essere composti in indicatori più complessi (es. produttività), oppure, su richiesta, specificati per ogni settore o territorio (laddove la fonte statistica lo renda possibile).

Alla tabella, segue una breve descrizione dei dati più rilevanti nel periodo di osservazione, di eventuali bibliografie, elaborazioni specifiche o richiami ad analisi e fonti statistiche internazionali. Talvolta, la descrizione degli indicatori può essere accompagnata da un’appendice con alcune tabelle o grafici. Inoltre è stato elaborato un nuovo indicatore, l’Indice di Ripresa della Domanda Effettiva (IRiDE), per misurare la direzione dell’economia.

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Il responso è amaro: insiste la crisi della domanda effettiva. Il sindacato ha più volte sottolineato come la ripresa non sia il semplice cambio di segno del PIL e degli altri aggregati economici ma di certo, per uscire dalla crisi, occorre cambiare – e non “riprendere” – il modello di sviluppo.

Tuttavia, per parlare anche solo di ripresa tecnica, occorre ragionare di recupero dei livelli di crescita e di occupazione precedenti alla crisi (nella tabella dell’Almanacco, con riferimento alla colonna che indica il livello pre-crisi 2007). Quindi, per misurare e visualizzare la direzione effettiva dell’economia italiana verso il recupero di livelli pre-crisi si può calcolare se l’andamento congiunturale, ancorché favorevole, colmi o meno i vuoti di domanda e le debolezze dell’offerta di cui soffre il sistema-paese.

A tale scopo, facendo appello alla teoria economica la Cgil ha elaborato un indicatore, l’Indice di Ripresa della Domanda Effettiva (IRiDE), che esprime il rapporto fra la variazione della domanda interna (misurata come somma di consumi e investimenti) e la dinamica della produttività e del benessere del Paese (misurata con il PIL pro-capite). Lo scopo dell’IRiDE è di predire la “risposta” della domanda effettiva al cambiamento delle variabili sociali, istituzionali e tecnologiche impresso dalle politiche pubbliche nel breve periodo.

L’IRiDE corrisponde a un numero che oscilla tra 1 e -1. Per semplificazione espositiva è stato scelto di approssimare i risultati a 5 possibilità, in relazione alle ipotesi di significatività e allo spirito d’immediatezza dell’Almanacco: positivo (IRiDE = +1 e simbolo con due occhi di colore verde); parzialmente positivo (IRiDE = +0,5 e simbolo con un occhio verde); stazionario (IRiDE = 0 e simbolo con occhi di colore giallo); parzialmente negativo (IRiDE = -0,5 e simbolo con un occhio rosso); negativo (IRiDE = -1 e simbolo con entrambi gli occhi di colore rosso).

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Verificando sul passato la validità dell’IRiDE attraverso l’applicazione alla serie storica dei conti nazionali trimestrali nel periodo 2002-2015 (come illustrato nel grafico precedente), si evidenzia con efficacia – e anche con anticipo – l’effettiva capacità del sistema economico italiano di crescere prima della crisi (in cui l’indice mediamente è pari a 1) e di riprendere a crescere o meno dopo la crisi (in cui, finora, mediamente l’indice è pari a -1). In particolare, nell’ultimo trimestre 2015 l’IRiDE risulta pari a zero, riflettendo il rischio di entrare in una fase di stagnazione – e non di ripresa – attutita solamente da un aumento dei consumi delle famiglie, il cui contributo alla crescita della domanda aggregata, però, potrebbero essere neutralizzato dall’annunciata flessione delle esportazioni e della produzione industriale (malgrado il ribasso dei costi dell’energia), già in calo congiunturale e tendenziale a novembre 2015. La flessione della produzione industriale, peraltro, interessa l’intera Area euro.

La crisi occupazionale è ancora forte. Malgrado la propaganda governativa, gli ultimi dati sulle forze di lavoro restituiscono un quadro ancora allarmante. A novembre, alla lieve riduzione del tasso di disoccupazione corrisponde un calo dell’occupazione giovanile e un aumento dell’inattività. Anche l’ultimo dato dei conti nazionali (terzo trimestre 2015), che descrive la tendenza dell’occupazione attraverso l’analisi delle unità di lavoro, indica che non c’è nessun aumento dei posti di lavoro. Nonostante i 7 miliardi di euro di incentivi previsti nella precedente Legge di stabilità (sgravi contributivi per nuove assunzioni e deduzione IRAP del costo del lavoro indeterminato), l’incremento annuo dei lavoratori permanenti riguarda meno di 71 mila occupati; a fronte di un nuovo aumento dei lavoratori a termine, pari a circa 115 mila occupati. Oltre le trasformazioni di contratti precari o autonomi e il mero incontro domanda/offerta di lavoro (posti vacanti), per tornare ai livelli pre-crisi restano ancora “da occupare” almeno 900 mila persone, contando i posti di lavoro perduti nella crisi, i nuovi inattivi e le forze di lavoro potenziali. Per questo la CGIL insiste sulla necessità di un piano straordinario di occupazione giovanile e femminile, una modifica radicale della riforma Fornero e una nuova qualificazione del lavoro attraverso un nuovo Statuto dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici come la Carta dei Diritti Universali del Lavoro proposta dalla CGIL.