RISPARMIOSecondo le ultime rilevazioni Istat il reddito delle famiglie è salito dell’1,5% rispetto al 2014, ma la propensione al risparmio, che è reddito non utilizzato, è in aumento dello 0,9%, salendo a 9,5%. Non è propriamente un indicatore positivo. Infatti, la propensione al risparmio aumenta ogni volta che si manifesta una forte incertezza nel futuro. In altri termini, le famiglie risparmiano più del dovuto perché il futuro atteso è peggiore del presente. Non a caso i consumi aumentano dello 0,4%, cioè una frazione rispetto alla crescita del risparmio, nonostante la pressione fiscale sia rimasta sostanzialmente stabile e per alcuni versi in contrazione: 41,4%.

L’inflazione dell’Eurozona rimane molto bassa. a dicembre è stabile a 0,2%, rispetto al mese di novembre. Per decenni in Europa la parola più usata è stata inflazione, ma fin dall’avvio dell’UE (1992) il rischio principale delle politiche economiche europee era la deflazione. Tagliando spesa pubblica e salari per lungo tempo, la domanda interna finisce col contrarsi. Per un certo periodo di tempo è possibile sostituire la domanda interna con le esportazioni, ma se il sistema economico mondiale cade in recessione e vi rimane per troppo tempo (siamo, di fatto, in crisi dal 2007) allora la deflazione compromette la sostenibilità del sistema economico e produttivo.

Infatti, la contrazione della domanda interna costringe le imprese a ridurre i prezzi dei propri beni e servizi, ma oltre un certo livello non può ridurre i prezzi. Se il prezzo di un bene o un servizio non copre almeno i costi fissi, l’impresa è costretta a chiudere gli impianti. La domanda interna è stata così profondamente compromessa che le imprese sono state costrette a ridurre i prezzi ben oltre il livello della sostenibilità per vendere la produzione. Per un certo periodo possono anche vendere i beni al solo prezzo del costo dei fattori, ma non per troppo tempo. Infatti, le imprese non solo devono realizzare un profitto, ma devono anche restituire gli interessi sul debito contratto con le banche, assieme ad una parte del capitale preso a prestito.

Se i prezzi continuano a contrarsi, non solo le imprese non fanno profitto, ma indeboliscono la propria posizione finanziaria e, come è accaduto in Italia e in altri paesi europei, sono costrette a chiudere. Per questo la deflazione è un male ben peggiore dell’inflazione: abbatte produzione, lavoro e, alla fine, compromette la stabilità finanziaria del sistemo economico. Una parte dei debiti incagliati delle banche, le così dette sofferenze, pari a quasi 300 mld di euro, è figlia di questa e paradossale situazione. L’UE e alcuni paesi in particolare hanno fondato la crescita sulle esportazioni, ma venuta meno questa possibilità, la domanda interna era ed è inadeguata. Per questo il QE (quantitave easing) non ha prodotto nessun effetto positivo sul sistema economico e sul livello generale dei prezzi.

Quello che l’Europa continua a rimuovere dalla sua discussione politica ed economica è l’effetto depressivo delle politiche deflattive. Infatti, la deflazione innesca un circolo vizioso che si autoalimenta e alla lunga fa male a tutti: i prezzi in calo generano un’aspettativa di ulteriori cali futuri dei prezzi, questo porta i singoli individui a posticipare gli acquisti, sia per ragioni opportunistiche (se aspetto costerà meno), sia per ragioni oggettive legate al livello di reddito disponibile dopo i tagli dei salari e della spesa pubblica, e la somma di queste aspettative generali comportano una diminuzione generale dei consumi, generando un avvitamento dell’economia che brucia ricchezza, reddito e base produttiva. Uno scenario spaventoso di cui pochi sembrano preoccuparsi.

Continua a mancare una politica di rilancio dell’economia e in particolare di politiche industriali, specie a livello nazionale.

Il calo dei consumi determina una contrazione dei margini e dei fatturati delle imprese, fino a non escludere la chiusura degli impianti. A questo punto abbiamo nuovi disoccupati che non avranno più un reddito da spendere in consumi dando così nuovo “carburante” al processo di distruzione dell’economia.

 

Estratto da

Report economia e lavoro Lombardia – CGIL Lombardia