Archives for gennaio, 2016

È uscito il secondo numero dell’Almanacco CGIL dell’economia, dal titolo “La crisi di domanda insiste: troppa disoccupazione. Meno male che ci sono i rinnovi contrattuali”. È ormai chiaro che nel nostro Paese anche la presentazione, la disposizione e l’analisi dei dati soffrono dei noti limiti di libertà della stampa e, in generale, dei media. Le periodiche “note” degli istituti e dei centri di ricerca, nazionali e internazionali, non sempre illustrano in modo oggettivo le statistiche sull’andamento dell’economia italiana.

Per questo, nasce l’Almanacco CGIL dell’economia, con cadenza approssimativamente mensile. Utilizzando le fonti ufficiali (a partire dall’ISTAT), ci appare utile organizzare periodicamente l’informazione statistica in modo trasparente e immediato. L’idea è di fornire un “cruscotto” dei principali indicatori macroeconomici nazionali, selezionati anche in ragione dell’attività sindacale: in un’unica tabella, una prima parte sui Conti nazionali che compongono la crescita dal lato della domanda aggregata; una seconda parte sulla produzione e sull’industria; una terza parte sull’inflazione; una quarta parte sul mercato del lavoro; un’ultima parte sui salari.

Nella prima tabella che si trova sotto sono riportati gli indicatori e, di volta in volta, aggiornati i livelli (in valore assoluto, in euro o in numeri indice), le variazioni e la dinamica congiunturale, tendenziale e rispetto al periodo pre-crisi. Tutti gli indicatori sono lineari e riproducibili, ma possono anche essere composti in indicatori più complessi (es. produttività), oppure, su richiesta, specificati per ogni settore o territorio (laddove la fonte statistica lo renda possibile).

Alla tabella, segue una breve descrizione dei dati più rilevanti nel periodo di osservazione, di eventuali bibliografie, elaborazioni specifiche o richiami ad analisi e fonti statistiche internazionali. Talvolta, la descrizione degli indicatori può essere accompagnata da un’appendice con alcune tabelle o grafici. Inoltre è stato elaborato un nuovo indicatore, l’Indice di Ripresa della Domanda Effettiva (IRiDE), per misurare la direzione dell’economia.

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Il responso è amaro: insiste la crisi della domanda effettiva. Il sindacato ha più volte sottolineato come la ripresa non sia il semplice cambio di segno del PIL e degli altri aggregati economici ma di certo, per uscire dalla crisi, occorre cambiare – e non “riprendere” – il modello di sviluppo.

Tuttavia, per parlare anche solo di ripresa tecnica, occorre ragionare di recupero dei livelli di crescita e di occupazione precedenti alla crisi (nella tabella dell’Almanacco, con riferimento alla colonna che indica il livello pre-crisi 2007). Quindi, per misurare e visualizzare la direzione effettiva dell’economia italiana verso il recupero di livelli pre-crisi si può calcolare se l’andamento congiunturale, ancorché favorevole, colmi o meno i vuoti di domanda e le debolezze dell’offerta di cui soffre il sistema-paese.

A tale scopo, facendo appello alla teoria economica la Cgil ha elaborato un indicatore, l’Indice di Ripresa della Domanda Effettiva (IRiDE), che esprime il rapporto fra la variazione della domanda interna (misurata come somma di consumi e investimenti) e la dinamica della produttività e del benessere del Paese (misurata con il PIL pro-capite). Lo scopo dell’IRiDE è di predire la “risposta” della domanda effettiva al cambiamento delle variabili sociali, istituzionali e tecnologiche impresso dalle politiche pubbliche nel breve periodo.

L’IRiDE corrisponde a un numero che oscilla tra 1 e -1. Per semplificazione espositiva è stato scelto di approssimare i risultati a 5 possibilità, in relazione alle ipotesi di significatività e allo spirito d’immediatezza dell’Almanacco: positivo (IRiDE = +1 e simbolo con due occhi di colore verde); parzialmente positivo (IRiDE = +0,5 e simbolo con un occhio verde); stazionario (IRiDE = 0 e simbolo con occhi di colore giallo); parzialmente negativo (IRiDE = -0,5 e simbolo con un occhio rosso); negativo (IRiDE = -1 e simbolo con entrambi gli occhi di colore rosso).

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Verificando sul passato la validità dell’IRiDE attraverso l’applicazione alla serie storica dei conti nazionali trimestrali nel periodo 2002-2015 (come illustrato nel grafico precedente), si evidenzia con efficacia – e anche con anticipo – l’effettiva capacità del sistema economico italiano di crescere prima della crisi (in cui l’indice mediamente è pari a 1) e di riprendere a crescere o meno dopo la crisi (in cui, finora, mediamente l’indice è pari a -1). In particolare, nell’ultimo trimestre 2015 l’IRiDE risulta pari a zero, riflettendo il rischio di entrare in una fase di stagnazione – e non di ripresa – attutita solamente da un aumento dei consumi delle famiglie, il cui contributo alla crescita della domanda aggregata, però, potrebbero essere neutralizzato dall’annunciata flessione delle esportazioni e della produzione industriale (malgrado il ribasso dei costi dell’energia), già in calo congiunturale e tendenziale a novembre 2015. La flessione della produzione industriale, peraltro, interessa l’intera Area euro.

La crisi occupazionale è ancora forte. Malgrado la propaganda governativa, gli ultimi dati sulle forze di lavoro restituiscono un quadro ancora allarmante. A novembre, alla lieve riduzione del tasso di disoccupazione corrisponde un calo dell’occupazione giovanile e un aumento dell’inattività. Anche l’ultimo dato dei conti nazionali (terzo trimestre 2015), che descrive la tendenza dell’occupazione attraverso l’analisi delle unità di lavoro, indica che non c’è nessun aumento dei posti di lavoro. Nonostante i 7 miliardi di euro di incentivi previsti nella precedente Legge di stabilità (sgravi contributivi per nuove assunzioni e deduzione IRAP del costo del lavoro indeterminato), l’incremento annuo dei lavoratori permanenti riguarda meno di 71 mila occupati; a fronte di un nuovo aumento dei lavoratori a termine, pari a circa 115 mila occupati. Oltre le trasformazioni di contratti precari o autonomi e il mero incontro domanda/offerta di lavoro (posti vacanti), per tornare ai livelli pre-crisi restano ancora “da occupare” almeno 900 mila persone, contando i posti di lavoro perduti nella crisi, i nuovi inattivi e le forze di lavoro potenziali. Per questo la CGIL insiste sulla necessità di un piano straordinario di occupazione giovanile e femminile, una modifica radicale della riforma Fornero e una nuova qualificazione del lavoro attraverso un nuovo Statuto dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici come la Carta dei Diritti Universali del Lavoro proposta dalla CGIL.

 

 

 

BalzaniDopo le cartelle pazze riguardanti vecchie multe per eccesso di velocità, prese in prossimità di autovelox o sistemi elettronici di rilevazione, ecco che il Comune di Milano ci ricasca. Ora ad essere “incriminata” è la tassa per i rifiuti, la famosa e forse poco amata Tarsu, e le cartelle che ne pretendono il pagamento a cittadini che nel periodo contestato non erano affatto affittuari o proprietari dell’utenza sotto la lente dell’Ufficio tributi di Palazzo Marino.

Una situazione naturalmente poco felice per gli utenti e dai tratti paradossali, aggravata dalla mancanza di comunicazione che il cittadino lamenta con gli sportelli pubblici competenti. “In realtà nemmeno noi riusciamo a scalfire una sorta di ‘muro di gomma’ che ci impedisce di dialogare con l’amministrazione pubblica, spiegare l’abbaglio preso e forse individuare una soluzione per uscirne” commenta con disappunto Gianmario Mocera, Presidente di Federconsumatori Milano, promotore di una serie di comunicazioni verso l’Ufficio tributi di Palazzo Marino che però non hanno mai ottenuto una risposta.

“Alla nostra missiva dello scorso 26 novembre 2015 – spiega Mocera – inviata oltreché al sindaco Pisapia, all’Assessore al Bilancio, Patrimonio e Tributi, Francesca Balzani, in cui raccontavamo degli spiacevoli inconvenienti in cui alcuni cittadini milanesi erano incorsi, probabilmente per il modo di accertamento in materia di tassa rifiuti, e, nello specifico da parte dell’Ufficio Recupero Evasione (ATI), nessuna risposta e/o chiarimento da quella data ci è mai pervenuta”.

Federconsumatori Milano ricorda che è da sempre contro l’evasione e contro il proliferare di potenziali “furbi”, ma rimane ostinatamente dalla parte dei cittadini e dei consumatori contro ogni sopruso e azione vessatoria.

“Nei fatti contestati in questo caso – prosegue il Presidente Mocera – ad un cittadino erano stati notificati ‘Avvisi di accertamento ed irrogazione contestuale delle sanzioni’ riferite ad omesse denuncie per gli anni 2010/2011/2012, per locali che però non aveva mai abitato nel periodo contestato. Peccato che il cittadino stesso risieda negli stessi locali, con regolare contratto di affitto registrato in data 15 febbraio 2013, solo dal mese di marzo 2013. In più ha fatto denuncia di nuova occupazione per due persone in data 27/09/2013, ma per gli anni 2013 e 2014 allo stesso utente veniva invece attribuito il corrispettivo di tassa dei rifiuti per un nucleo familiare di tre persone”. “Davvero una situazione spiacevole” commenta Mocera.

La Federconsumatori Milano con lettera del 10 dicembre 2014 chiedeva di attribuire il numero corretto degli occupanti dell’immobile, ma nessuna risposta è giunta. Nel merito la situazione si è normalizzata nel 2015 con l’attribuzione di due componenti come occupanti dell’immobile.

“Il cittadino in questione – ripete Mocera – ha pagato regolarmente la tassa dei rifiuti per gli anni 2013/2014/2015 e la relativa parte della TASI spettante all’inquilino. Viceversa, sul fronte dell’errato periodo contestato, onde evitare un’onerosa attività di accertamento dell’Amministrazione e il conseguente dispendio di tempo e soldi da parte del cittadino – prosegue il Presidente di Federconsumatori Milano – forse sarebbe bastato che l’Ufficio Recupero Evasione avesse fatto uno storico del certificato di residenza del cittadino ed il relativo stato di famiglia riferiti agli anni 2010/2011/2012, dati in possesso dell’Amministrazione Comunale e facilmente reperibili”.

“La nostra Associazione – termina Mocera – partendo da un caso esemplare, ma non unico, chiede, se non sia il caso di istituire uno strumento di analisi e accertamento meno oneroso per i cittadini, strumento che sia un momento di confronto, di raffreddamento e di composizione conciliativa delle eventuali controversie. In tal caso, Associazioni dei Consumatori ed Utenti potranno dare un fattivo contributo per la semplificazione delle vicende di molti cittadini milanesi. Sempre che l’amministrazione milanese risponda alle lettere”.

RISPARMIOSecondo le ultime rilevazioni Istat il reddito delle famiglie è salito dell’1,5% rispetto al 2014, ma la propensione al risparmio, che è reddito non utilizzato, è in aumento dello 0,9%, salendo a 9,5%. Non è propriamente un indicatore positivo. Infatti, la propensione al risparmio aumenta ogni volta che si manifesta una forte incertezza nel futuro. In altri termini, le famiglie risparmiano più del dovuto perché il futuro atteso è peggiore del presente. Non a caso i consumi aumentano dello 0,4%, cioè una frazione rispetto alla crescita del risparmio, nonostante la pressione fiscale sia rimasta sostanzialmente stabile e per alcuni versi in contrazione: 41,4%.

L’inflazione dell’Eurozona rimane molto bassa. a dicembre è stabile a 0,2%, rispetto al mese di novembre. Per decenni in Europa la parola più usata è stata inflazione, ma fin dall’avvio dell’UE (1992) il rischio principale delle politiche economiche europee era la deflazione. Tagliando spesa pubblica e salari per lungo tempo, la domanda interna finisce col contrarsi. Per un certo periodo di tempo è possibile sostituire la domanda interna con le esportazioni, ma se il sistema economico mondiale cade in recessione e vi rimane per troppo tempo (siamo, di fatto, in crisi dal 2007) allora la deflazione compromette la sostenibilità del sistema economico e produttivo.

Infatti, la contrazione della domanda interna costringe le imprese a ridurre i prezzi dei propri beni e servizi, ma oltre un certo livello non può ridurre i prezzi. Se il prezzo di un bene o un servizio non copre almeno i costi fissi, l’impresa è costretta a chiudere gli impianti. La domanda interna è stata così profondamente compromessa che le imprese sono state costrette a ridurre i prezzi ben oltre il livello della sostenibilità per vendere la produzione. Per un certo periodo possono anche vendere i beni al solo prezzo del costo dei fattori, ma non per troppo tempo. Infatti, le imprese non solo devono realizzare un profitto, ma devono anche restituire gli interessi sul debito contratto con le banche, assieme ad una parte del capitale preso a prestito.

Se i prezzi continuano a contrarsi, non solo le imprese non fanno profitto, ma indeboliscono la propria posizione finanziaria e, come è accaduto in Italia e in altri paesi europei, sono costrette a chiudere. Per questo la deflazione è un male ben peggiore dell’inflazione: abbatte produzione, lavoro e, alla fine, compromette la stabilità finanziaria del sistemo economico. Una parte dei debiti incagliati delle banche, le così dette sofferenze, pari a quasi 300 mld di euro, è figlia di questa e paradossale situazione. L’UE e alcuni paesi in particolare hanno fondato la crescita sulle esportazioni, ma venuta meno questa possibilità, la domanda interna era ed è inadeguata. Per questo il QE (quantitave easing) non ha prodotto nessun effetto positivo sul sistema economico e sul livello generale dei prezzi.

Quello che l’Europa continua a rimuovere dalla sua discussione politica ed economica è l’effetto depressivo delle politiche deflattive. Infatti, la deflazione innesca un circolo vizioso che si autoalimenta e alla lunga fa male a tutti: i prezzi in calo generano un’aspettativa di ulteriori cali futuri dei prezzi, questo porta i singoli individui a posticipare gli acquisti, sia per ragioni opportunistiche (se aspetto costerà meno), sia per ragioni oggettive legate al livello di reddito disponibile dopo i tagli dei salari e della spesa pubblica, e la somma di queste aspettative generali comportano una diminuzione generale dei consumi, generando un avvitamento dell’economia che brucia ricchezza, reddito e base produttiva. Uno scenario spaventoso di cui pochi sembrano preoccuparsi.

Continua a mancare una politica di rilancio dell’economia e in particolare di politiche industriali, specie a livello nazionale.

Il calo dei consumi determina una contrazione dei margini e dei fatturati delle imprese, fino a non escludere la chiusura degli impianti. A questo punto abbiamo nuovi disoccupati che non avranno più un reddito da spendere in consumi dando così nuovo “carburante” al processo di distruzione dell’economia.

 

Estratto da

Report economia e lavoro Lombardia – CGIL Lombardia

Refulling car tank on puming station

“Le quotazioni del petrolio scendono vistosamente, i prezzi dei carburanti no. Sei centesimi di troppo che comportano ricadute di +131 euro annui”. E’ la denuncia di Federconsumatori e Adusbef dopo che il prezzo del greggio e’ crollato a 31 dollari al barile e ai minimi del 2009 e la benzina costava 1,13 Euro al litro. Le due associazioni sottolineano che con la perdita di forza del cambio euro-dollaro, l’aumento delle accise sui carburanti (nel 2009 si attestavano a 56,4 centesimi al litro, oggi a 72,8 centesimi), nonche’ l’incremento dell’Iva fanno salire la benzina di 6 centesimi oltre il livello a cui si dovrebbe attestare.

“Concretamente tale maggiorazione si traduce in un pesante aggravio sulle tasche dei cittadini, pari a ben +72 euro annui in termini diretti, ossia per i pieni di carburante, e a +59 euro annui in termini indiretti, a causa all’impatto del costo dei carburanti sui prezzi dei beni di prima necessita’ che, nel nostro Paese, sono distribuiti per l’86% su gomma”, spiegano i consumatori, portando il totale a +131 euro annui.   

“Ormai divenuto insopportabile il monte tasse sulla benzina, che sta arrivando al 70% del prezzo totale del carburante”, dichiarano Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, Presidenti di Federconsumatori e Adusbef. “Un andamento del tutto inaccettabile, che richiede un intervento immediato del Governo affinche’ le accise siano ritoccate al ribasso”.

“Il calo dei prezzi del greggio di questi ultimi giorni, tornati sui valori del febbraio 2004, e’ stato interamente recepito dai prezzi italiani dei carburanti al netto delle tasse, diminuiti nell’ultima settimana mediamente di altri 2,5-3,5 centesimi euro/litro, che si vanno ad aggiungere al calo di 17-20 centesimi registrati nell’intero 2015, contrariamente a quanto affermano le associazioni dei consumatori che continuano a sostenere la tesi della “doppia velocita’”. Risponde l’unione petrolifera in una nota, spiegando “che rispetto al febbraio 2004, i prezzi al consumo di oggi, per quanto riguarda la benzina, sono tuttavia piu’ alti di circa 35 centesimi euro/litro in larga parte per l’aumento della fiscalita’ intervenuto nel frattempo e solo marginalmente per l’indebolimento dell’euro nei confronti del dollaro e delle quotazioni internazionali dei prodotti raffinati”.

BancaEtruriaAdusbef e Federconsumatori dopo aver denunciato Bankitalia alla magistratura chiedono di accertare le responsabilita’ di via Nazionale nella vicenda della Banca Popolare dell’Etruria.

Le due associazioni dei consumatori sottolineano in particolare un passaggio del documento della Vigilanza per le sanzioni agli ex vertici dell’istituto aretino, accusati da Bankitalia, come emerso oggi sulla stampa, di aver ”lasciato inevasa la richiesta della Vigilanza di realizzare un processo di integrazione con un partner di elevato ‘standing”’.

Ora, sottolineano le associazioni guidate da Elio Lannutti e Rosario Trefiletti ”che la decotta (e protetta da Bankitalia) Banca Popolare di Vicenza (tra aumenti di capitale, perdite e svalutazioni delle azioni illiquide, ha bruciato oltre 6 miliardi di euro, messa peggio di altre), indagata da molteplici Procure per truffa ed altri gravi reati a danno di 117.000 azionisti, fosse un partner di elevato standing, oltre ad essere una menzogna, e’ la prova provata di una complicita’, che deve essere urgentemente smascherata dai magistrati inquirenti”.

Ma non basta. Chiarire l’operato dei commissari di Bankitalia su Banca Etruria. Lo chiedono Adusbef e Federconsumatori, spiegando che poco prima del commissariamento da parte di Bankitalia un Fondo di investimento inglese, Anacap, fece la “proposta di acquistare tutte le sofferenze, circa 2 miliardi di euro, ad un prezzo tra il 28 ed il 32% del valore nominale, con la disponibilita’ ad entrare nel capitale dell’Istituto e la partecipazione ad un successivo aumento di capitale”.

Il valore minimo, sottolineano le due associazioni, dato da Anacap ai 2 miliardi di sofferenze di Banca Etruria era quindi nel febbraio scorso di 560 milioni di euro, “un prezzo svilito dalle valutazioni di Bankitalia” che, chiedono i consumatori, dovrebbe spiegare “a quali perizie abbia fatto ricorso, per valutare le sofferenze di CariChieti, CariFerrara, Banca Marche e Banca Etruria, il 17,4%, facendo cosi’ perdere soltanto ai risparmiatori truffati di Banca Etruria, ben 212 milioni di euro, nell’ipotesi della forchetta minima del prezzo offerto”.

Saldi_2Secondo l’Ansa, nella prima giornata di saldi ufficiali in Lombardia, molti hanno scelto di fare visita agli outlet, come quello di Franciacorta a Rodengo Saiano (Brescia) dove dalle 11 il parcheggio con tremila posti auto e’ pieno. Alle 14, spiega il direttore Gianluca Rubaga, sono state 23 mila le persone entrate (+4% rispetto all’anno scorso) e la previsione e’ che per fine serata saranno 45-50 mila. Stime positive e ottimismo insomma anche perche’ “negli ultimi 28 mesi noi siamo costantemente cresciuti” sottolinea.

Meno positive le previsioni di Gabriel Meghnagi, il presidente di Ascobaires, l’associazione dei commercianti di corso Buenos Aires, una delle vie dello shopping di Milano.    “I saldi sono partiti un po’ sottotono – osserva – anche perche’ oggi e’ un giorno feriale. Secondo noi sarebbero dovuti cominciare il 2 gennaio. Cosi’ abbiamo perso un fine settimana e molti hanno fatto saldi senza scrivere la parola saldi, mandando mail ai clienti o informandoli quando entravano in negozio”. Certo i 1.032 euro di multa che si rischiano non hanno fatto paura ai commercianti, in particolare quelli con i negozi piu’ grandi.   “Natale – aggiunge – e’ andato bene con un +5%. Per chi ha rispettato la data di inizio, pero’ i saldi, con il fatto ch sono partiti cosi’ avanti, mi aspetto che abbiano un segno meno. Molti hanno gia’ comperato nei giorni scorsi”.

Federconsumatori è per il superamento dei saldi. I commercianti dovrebbero essere liberi di applicare sconti e promozioni quando lo ritengono opportuno. D’altro canto la normativa sui saldi è molto precisa e non sempre viene applicata, i saldi sono relativi solo ai capi della stagione appena finita; altri capi messi in saldo di stagioni passate o altre merci non dovrebbero trovarsi in vetrina sotto sconto.

Alcuni accorgimenti: difendersi da se stessi e fare attenzione ad atteggiamenti compulsivi; compriamo solo se ne abbiamo bisogno, in genere diffidare di saldi che vanno oltre il 30%, almeno nella fase iniziale. Può essere invece che con il passare del tempo i commercianti non siano riusciti a vendere le merci, in quel caso possono esserci merci con saldi più sostanziosi. Le merci in saldo possono non essere cambiate, dipende dal commerciante, e possono essere restituite solo per dei difetti.