Pensiamo che fare informazione, specie quando si è un’associazione di difesa dei consumatori, non possa essere la diffusione d’informazioni parziali o la semplificazione di temi complessi, ma la condivisione delle conoscenze disponibili per consentire a ognuno di “costruirsi una propria opinione”. Il senso di questo nostro articolo è di stimolare riflessioni e momenti di scambio sul tema dell’agricoltura biologica versus quella convenzionale.

Il tema trattato nel recente articolo “Non crediamo in BIO” numero 295 di settembre 2015 sulla rivista Altroconsumo, ha scatenato polemiche e dure reazioni da parte dei sostenitori del “Bio e delle Associazioni di settore e ha richiamato la nostra attenzione. Premesso che in Italia fino agli anni 70 l’agricoltura biologica è stata appannaggio di piccole aziende per poi lentamente, di pari passo all’espansione dei movimenti per la tutela dell’ambiente e alle valutazioni sul suo potenziale contributo nelle politiche ambientali, si è estesa progressivamente sino a raggiungere secondo le statistiche fornite dal SINAB (Sistema di Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica presso il MIPAAF) le attuali superfici, 1,3 milioni di ettari, circa un decimo della superficie agricola italiana, 46mila produttori e oltre 52mila operatori e un fatturato complessivo di 3,5 miliardi di euro (oltre il 2% delle vendite alimentari totali del Paese).

L’Italia oggi è al secondo posto in Europa e al quinto nel mondo per superficie biologica coltivata. Questa crescita non può essere solo considerata effetto di una “moda” ma di una vera e propria rivoluzione nel mondo agricolo che sta dando risultati tangibili. Ma i due processi produttivi che differenze macroscopiche presentano? Proviamo a sintetizzarle.
AGRICOLTURA CONVENZIONALE. Obiettivo: massimizzare la resa produttiva e conseguentemente i profitti.

AGRICOLTURA BIOLOGICA. Obiettivi dell’agricoltura biologica (dall’Art. 3 REGOLAMENTO (CE) N. 834/2007 DEL CONSIGLIO):

a) stabilire un sistema di gestione sostenibile per l’agricoltura che: i) rispetti i sistemi e i cicli naturali e mantenga e migliori la salute dei suoli, delle acque, delle piante e degli animali e l’equilibrio tra di essi; ii) contribuisca a un alto livello di diversità biologica; iii) assicuri un impiego responsabile dell’energia e delle risorse naturali come l’acqua, il suolo, la materia organica e l’aria; iv) rispetti criteri rigorosi in materia di benessere degli animali e soddisfi, in particolare, le specifiche esigenze comportamentali degli animali secondo la specie;

b) mirare a ottenere prodotti di alta qualità; c) mirare a produrre un’ampia varietà di alimenti e altri prodotti agricoli che rispondano alla domanda dei consumatori di prodotti ottenuti con procedimenti che non danneggino l’ambiente, la salute umana, la salute dei vegetali o la salute e il benessere degli animali.

USO DEL SUOLO. L’agricoltura convenzionale richiede lo sfruttamento intensivo del terreno e la necessità costante di incrementare e variare quantità e tipologia di fertilizzanti chimici. Per migliorare la produttività è generalmente estesa il più possibile la superficie coltivata con conseguente taglio di filari e siepi che costituiscono ostacolo all’impiego dei mezzi, ombreggiano e riducono la superficie coltivabile. Gli impatti conseguenti sono il progressivo depauperamento dei nutrienti naturalmente presenti nel suolo da cui ne deriva la necessità di incrementare progressivamente l’uso di xenobiotici. In agricoltura biologica si utilizzano tecniche di rotazione associate all’impiego di fertilizzanti naturali (il letame opportunamente compostato o altre sostanze organiche compostate, gli sfalci e i sovesci) a queste, sono affiancate piantumazioni di siepi e filari in adiacenza ai coltivi. Queste tecniche integrate riducono significativamente lo sfruttamento del suolo e l’inquinamento delle matrici naturali.

LOTTA ALLE INFESTANTI E AI PARASSITI. La lotta alle infestanti e ai parassiti si attua impiegando diserbanti, anticrittogamici, insetticidi, e pesticidi. Per limitare infestante e parassita viene in via preventiva selezionate specie che offrono maggiore resistenza alle malattie e attuate tecniche di rotazione. In caso si rendano strettamente necessari trattamenti, nell’agricoltura biologica sono ammesse solo sostanze di origine naturale espressamente autorizzate e dettagliate dal Regolamento europeo, (Regolamento CE n. 834/2007e dal successivo regolamento d’esecuzione CE n. 889/2008.)

DIFFUSIONI D’INQUINANTI. Durante le fasi di lavorazione del suolo e durante i trattamenti tutti i composti xenobiotici utilizzati sono rilasciati nelle matrici: acqua aria e suolo e da queste veicolati agli organismi viventi che li assorbono, trasformano e accumulano. Non vengono immessi xenobiotici in nessuna fase del ciclo produttivo.

EFFETTI SULLA BIODIVERSITÀ. L’agricoltura convenzionale comporta una progressiva riduzione della biodiversità correlata alle profonde trasformazioni dell’uso del suolo, alla frammentazione degli habitat e all’introduzione di xenobiotici.

 

Nell’agricoltura biologica la biodiversità è mantenuta e incrementata in tutte le fasi del ciclo produttivo, mediante un’accurata pianificazione delle varietà colturali, l’impiego di tecniche di rotazione colturale, l’introduzione di elementi lineari (filari) e puntuali (siepi) e l’uso dei concimi naturali. Dando per assodati i molteplici benefici ambientali dell’agricoltura biologica, documentati oramai da una ricchissima letteratura scientifica, ritorniamo sull’articolo e ciò che più non ci convince: l’estrema generalizzazione e la categoricità delle affermazioni che riguardano in particolare gli aspetti salutistici.

Nell’articolo molte conclusioni “tranchant” e affermazioni categoriche non sono supportate da evidenze scientifiche, specie in tema di pesticidi la cui tossicità acuta e cronica imporrebbe maggiore attenzione e l’adozione di rigorose misure di protezione.

In tutta franchezza affermare “che non si guadagna in salute” mangiando bio, minimizzare le lecite preoccupazioni dei consumatori circa l’assunzione di pesticidi o sostenere che basta compiere pulizie efficaci per eliminare “quasi del tutto i residui” ci pare una forzatura perchè è vero il contrario, perché è giusto mantenere alti i livelli di attenzione e perché queste pratiche non garantiscono mai una completa eliminazione degli stessi.

Allora è lecito chiedersi: Se consumo ortaggi e frutta che contengono pesticidi entro i limiti, cioè al Livello massimo di residuo consentito, utilizzo alimenti totalmente sicuri?

Una risposta la troviamo nell’articolo della Dr. Alleva, di ISDE : “Il fatto che i pesticidi trovati nella frutta convenzionale fossero  “Abbondantemente al di sotto”  i limiti consentiti ossia- il livello massimo residuale LMR, non rappresenta una condizione di sicurezza,  soprattutto per un organismo come il bambino, primo perché tali limiti sono stati  calcolati per un individuo adulto di circa 70 kg e per singola sostanza presente, secondo perché  il bambino ha sistemi di detossificazione non sviluppati come l’adulto,  terzo perché  la capacità di detossificare non è  geneticamente uguale per tutti, ne deriva che qualche bambino sia più suscettibile di altri, e può essere protetto solo con un principio di precauzione, ossia evitando l’esposizione. In più esistono dati che indicano un aumento dei prodotti convenzionali con  multiresiduo (da voi non riscontrato), ossia la presenza di più di un pesticida nello stesso alimento (fino a 12 diversi residui  e sull’effetto di questo cocktail di sostanze- nessuno sa nulla e quindi non si può essere rassicuranti in tal senso, perché non esistono studi, sebbene si può ragionevolmente sospettare una azione sinergica che potrebbe potenziare la tossicità dei singoli componenti (http://www.isde.it/wp-content/uploads/2015/09/2015.09.15-Risposta-ad-Altroconsumo.pdf)

Per conoscere gli effetti dei pesticidi sulla salute vi invitiamo a leggere il Rapporto di ISDE Italia del marzo 2015 (http://www.isde.it/wp-content/uploads/2015/03/2015-03-Position-Paper-PESTICIDI-finale.pdf), in esso troverete una descrizione esauriente dei meccanismi di tossicità, dell’induzione di patologie e di danni in vari organi bresaglio.

Per capire l’ampiezza del fenomeno di diffusione dei pesticidi nel nostro territorio occorre leggere il Rapporto Nazionale sui pesticidi nelle acque – ISPRA (208/2014) che riferisce dei dati rilevati sulle acque superficiali e sotterranee nel biennio 2010-2012. http://www.isprambiente.gov.it/files/pubblicazioni/rapporti/Rapporto_208_2014.pdf

Il Rapporto descrive la presenza nelle nostre acque di 175 pesticidi diversi con picchi massimi di 31 sostanze in un singolo campione di acque superficiali e di 36 in un singolo campione di acque sotterranee. Nello stesso Rapporto l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) in tema di poliesposizioni dichiara “che esistono lacune conoscitive riguardo agli effetti di miscele chimiche e, conseguentemente, risulta difficile realizzare una corretta valutazione tossicologica in caso di esposizione contemporanea a diverse sostanze (Backhaus, 2010).Gli studi dimostrano che la tossicità di una miscela è sempre più alta di quella del componente più tossico presente [Kortenkamp et al., 2009]. La normativa di riferimento, quella europea in particolare, così come le metodologie di valutazione del rischio utilizzate, sono generalmente riferite alle singole sostanze. Maggiori attenzioni e approfondimenti in relazione agli effetti della poliesposizione chimica sono auspicate in particolare a livello di Unione Europea (Consiglio UE 17820/09).

Sorge a questo punto un’altra domanda: I pesticidi dopo il loro utilizzo per quanto tempo permangono in ambiente?

A titolo di esempio: in acque profonde sono state reperite triazine, sostanze non più autorizzate in Europa, e alcune di esse ritirate negli anni ’80 o limitate nell’uso dal 2003. Il loro reperimento è considerato “residuo di una contaminazione storica” dovuta oltre che a un uso massiccio nel passato alla persistenza ambientale di tali sostanze e dei loro metaboliti. L’elenco di sostanze non più autorizzate e presenti non si limita purtroppo alle triazine.

Se ci sforziamo di dare una lettura integrata di tutte le informazioni: persistenza ambientale, rischio di poliesposizione, diffusione territoriale, effetti tossici acuti e cronici, ci appare chiaro che il tema pesticidi non solo è complesso e articolato ma comporta innumerevoli ricadute sulla nostra salute e per questo necessita di attenzione e approfondimenti.

Pensiamo che per dibattere di “BIO sì- BIO no” sia necessario adottare un approccio sistemico basato su evidenze scientifiche, coinvolgere le associazioni di settore i consumatori e gli esperti scientifici e soprattutto condividere e diffondere informazioni oggettive.

Federconsumatori vi aspetta al primo di questi incontri che si terrà ad ottobre presso la sede di Milano.