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Federconsumatori sottolinea che il livello dell’inquinamento atmosferico generato dal traffico è preoccupante anche nella nostra Provincia: città capoluogo per prima. Il tema va oltre la truffa di chi ha falsificato all’origine i dati relativi alle effettive emissioni e ai reali consumi di carburante.

Purtroppo sono molti i veicoli di marche diverse che emettono veleni fuori da ogni norma. Magari muniti di dichiarazione attestante che i valori misurati all’atto del rilascio del “Bollino Blu” sono regolari. Per contrastare l’abuso esistono Leggi a tutela dell’ambiente. Leggi che devono essere rispettate e dovrebbero essere fatte rispettare. La domanda “che si fa a tutela dell’ambiente” potrebbe apparire strana se non fosse che nella primavera del 2008 la Regione Lombardia, in osservanza della legge regionale sulla qualità dell’aria, provvide a dotare alcuni comuni bergamaschi dell’Opacimetro. Strumento utile a individuare i veicoli che emettono gas di scarico fuori norma.

In particolare il numero di opacimetri in dotazione era: 1 per i Comuni con popolazione tra 15.000 e 75.000 abitanti; 2 per i Comuni con popolazione tra 75.001 e 150.000 abitanti, 3 per i Comuni con popolazione tra 150.001 e 300.000 abitanti. I Comuni bergamaschi interessati alla fornitura erano : Bergamo; Albino; Caravaggio; Dalmine; Romano di Lombardia; Seriate; Treviglio. In sostanza a Bergamo dovrebbero esserci due opacimetri, mentre negli altri Comuni la dotazione spettante era di una unità. Poiché non si hanno notizie riguardanti l’utilizzo di questi strumenti, sia in termini di prevenzione sia in quelli di repressione, sarebbe indice di trasparenza se i Comuni citati comunicassero pubblicamente l’esito delle verifiche effettuate nel corso degli anni. Buon deterrente sarebbe se si pubblicizzassero le conseguenze a carico dei trasgressori.

Federconsumatori segnala che da alcuni mesi sull’autostrada A4, direzione Milano con provenienza Bergamo in prossimità di Agrate, e successiva uscita su tangenziale EST, sono presenti dei cartelli indicatori per LINATE. Nessuna indicazione avverte che deviando nella direzione indicata si confluisce direttamente sul percorso della BREBEMI. A prescindere dalla considerazione sull’utilità di tale percorso alternativo per raggiungere l’aeroporto di Linate una cosa è certa: la sorpresa di quando si arriva al casello d’uscita. Mentre il pedaggio da Bergamo all’uscita EST della A4 costa 3.70 euro, uscire a Liscate per Linate, dopo essersi trovati a propria insaputa sulla BREBEMI e avere allungato il percorso di alcuni chilometri, costa 5.60 euro. Più del 50% di maggiorazione! In ogni rapporto commerciale, tra chi offre un servizio e chi lo riceve, la qualità dell’offerta deve potere essere valutata in base a informazioni chiare. Soltanto così il Cittadino/Consumatore può decidere coscientemente quale scelta fare . Non crediamo sia quello descritto il modo migliore per fare aumentare i clienti della nuova autostrada: sicuramente non è la maniera più corretta e trasparente da usare.

Pensiamo che fare informazione, specie quando si è un’associazione di difesa dei consumatori, non possa essere la diffusione d’informazioni parziali o la semplificazione di temi complessi, ma la condivisione delle conoscenze disponibili per consentire a ognuno di “costruirsi una propria opinione”. Il senso di questo nostro articolo è di stimolare riflessioni e momenti di scambio sul tema dell’agricoltura biologica versus quella convenzionale.

Il tema trattato nel recente articolo “Non crediamo in BIO” numero 295 di settembre 2015 sulla rivista Altroconsumo, ha scatenato polemiche e dure reazioni da parte dei sostenitori del “Bio e delle Associazioni di settore e ha richiamato la nostra attenzione. Premesso che in Italia fino agli anni 70 l’agricoltura biologica è stata appannaggio di piccole aziende per poi lentamente, di pari passo all’espansione dei movimenti per la tutela dell’ambiente e alle valutazioni sul suo potenziale contributo nelle politiche ambientali, si è estesa progressivamente sino a raggiungere secondo le statistiche fornite dal SINAB (Sistema di Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica presso il MIPAAF) le attuali superfici, 1,3 milioni di ettari, circa un decimo della superficie agricola italiana, 46mila produttori e oltre 52mila operatori e un fatturato complessivo di 3,5 miliardi di euro (oltre il 2% delle vendite alimentari totali del Paese).

L’Italia oggi è al secondo posto in Europa e al quinto nel mondo per superficie biologica coltivata. Questa crescita non può essere solo considerata effetto di una “moda” ma di una vera e propria rivoluzione nel mondo agricolo che sta dando risultati tangibili. Ma i due processi produttivi che differenze macroscopiche presentano? Proviamo a sintetizzarle.
AGRICOLTURA CONVENZIONALE. Obiettivo: massimizzare la resa produttiva e conseguentemente i profitti.

AGRICOLTURA BIOLOGICA. Obiettivi dell’agricoltura biologica (dall’Art. 3 REGOLAMENTO (CE) N. 834/2007 DEL CONSIGLIO):

a) stabilire un sistema di gestione sostenibile per l’agricoltura che: i) rispetti i sistemi e i cicli naturali e mantenga e migliori la salute dei suoli, delle acque, delle piante e degli animali e l’equilibrio tra di essi; ii) contribuisca a un alto livello di diversità biologica; iii) assicuri un impiego responsabile dell’energia e delle risorse naturali come l’acqua, il suolo, la materia organica e l’aria; iv) rispetti criteri rigorosi in materia di benessere degli animali e soddisfi, in particolare, le specifiche esigenze comportamentali degli animali secondo la specie;

b) mirare a ottenere prodotti di alta qualità; c) mirare a produrre un’ampia varietà di alimenti e altri prodotti agricoli che rispondano alla domanda dei consumatori di prodotti ottenuti con procedimenti che non danneggino l’ambiente, la salute umana, la salute dei vegetali o la salute e il benessere degli animali.

USO DEL SUOLO. L’agricoltura convenzionale richiede lo sfruttamento intensivo del terreno e la necessità costante di incrementare e variare quantità e tipologia di fertilizzanti chimici. Per migliorare la produttività è generalmente estesa il più possibile la superficie coltivata con conseguente taglio di filari e siepi che costituiscono ostacolo all’impiego dei mezzi, ombreggiano e riducono la superficie coltivabile. Gli impatti conseguenti sono il progressivo depauperamento dei nutrienti naturalmente presenti nel suolo da cui ne deriva la necessità di incrementare progressivamente l’uso di xenobiotici. In agricoltura biologica si utilizzano tecniche di rotazione associate all’impiego di fertilizzanti naturali (il letame opportunamente compostato o altre sostanze organiche compostate, gli sfalci e i sovesci) a queste, sono affiancate piantumazioni di siepi e filari in adiacenza ai coltivi. Queste tecniche integrate riducono significativamente lo sfruttamento del suolo e l’inquinamento delle matrici naturali.

LOTTA ALLE INFESTANTI E AI PARASSITI. La lotta alle infestanti e ai parassiti si attua impiegando diserbanti, anticrittogamici, insetticidi, e pesticidi. Per limitare infestante e parassita viene in via preventiva selezionate specie che offrono maggiore resistenza alle malattie e attuate tecniche di rotazione. In caso si rendano strettamente necessari trattamenti, nell’agricoltura biologica sono ammesse solo sostanze di origine naturale espressamente autorizzate e dettagliate dal Regolamento europeo, (Regolamento CE n. 834/2007e dal successivo regolamento d’esecuzione CE n. 889/2008.)

DIFFUSIONI D’INQUINANTI. Durante le fasi di lavorazione del suolo e durante i trattamenti tutti i composti xenobiotici utilizzati sono rilasciati nelle matrici: acqua aria e suolo e da queste veicolati agli organismi viventi che li assorbono, trasformano e accumulano. Non vengono immessi xenobiotici in nessuna fase del ciclo produttivo.

EFFETTI SULLA BIODIVERSITÀ. L’agricoltura convenzionale comporta una progressiva riduzione della biodiversità correlata alle profonde trasformazioni dell’uso del suolo, alla frammentazione degli habitat e all’introduzione di xenobiotici.

 

Nell’agricoltura biologica la biodiversità è mantenuta e incrementata in tutte le fasi del ciclo produttivo, mediante un’accurata pianificazione delle varietà colturali, l’impiego di tecniche di rotazione colturale, l’introduzione di elementi lineari (filari) e puntuali (siepi) e l’uso dei concimi naturali. Dando per assodati i molteplici benefici ambientali dell’agricoltura biologica, documentati oramai da una ricchissima letteratura scientifica, ritorniamo sull’articolo e ciò che più non ci convince: l’estrema generalizzazione e la categoricità delle affermazioni che riguardano in particolare gli aspetti salutistici.

Nell’articolo molte conclusioni “tranchant” e affermazioni categoriche non sono supportate da evidenze scientifiche, specie in tema di pesticidi la cui tossicità acuta e cronica imporrebbe maggiore attenzione e l’adozione di rigorose misure di protezione.

In tutta franchezza affermare “che non si guadagna in salute” mangiando bio, minimizzare le lecite preoccupazioni dei consumatori circa l’assunzione di pesticidi o sostenere che basta compiere pulizie efficaci per eliminare “quasi del tutto i residui” ci pare una forzatura perchè è vero il contrario, perché è giusto mantenere alti i livelli di attenzione e perché queste pratiche non garantiscono mai una completa eliminazione degli stessi.

Allora è lecito chiedersi: Se consumo ortaggi e frutta che contengono pesticidi entro i limiti, cioè al Livello massimo di residuo consentito, utilizzo alimenti totalmente sicuri?

Una risposta la troviamo nell’articolo della Dr. Alleva, di ISDE : “Il fatto che i pesticidi trovati nella frutta convenzionale fossero  “Abbondantemente al di sotto”  i limiti consentiti ossia- il livello massimo residuale LMR, non rappresenta una condizione di sicurezza,  soprattutto per un organismo come il bambino, primo perché tali limiti sono stati  calcolati per un individuo adulto di circa 70 kg e per singola sostanza presente, secondo perché  il bambino ha sistemi di detossificazione non sviluppati come l’adulto,  terzo perché  la capacità di detossificare non è  geneticamente uguale per tutti, ne deriva che qualche bambino sia più suscettibile di altri, e può essere protetto solo con un principio di precauzione, ossia evitando l’esposizione. In più esistono dati che indicano un aumento dei prodotti convenzionali con  multiresiduo (da voi non riscontrato), ossia la presenza di più di un pesticida nello stesso alimento (fino a 12 diversi residui  e sull’effetto di questo cocktail di sostanze- nessuno sa nulla e quindi non si può essere rassicuranti in tal senso, perché non esistono studi, sebbene si può ragionevolmente sospettare una azione sinergica che potrebbe potenziare la tossicità dei singoli componenti (http://www.isde.it/wp-content/uploads/2015/09/2015.09.15-Risposta-ad-Altroconsumo.pdf)

Per conoscere gli effetti dei pesticidi sulla salute vi invitiamo a leggere il Rapporto di ISDE Italia del marzo 2015 (http://www.isde.it/wp-content/uploads/2015/03/2015-03-Position-Paper-PESTICIDI-finale.pdf), in esso troverete una descrizione esauriente dei meccanismi di tossicità, dell’induzione di patologie e di danni in vari organi bresaglio.

Per capire l’ampiezza del fenomeno di diffusione dei pesticidi nel nostro territorio occorre leggere il Rapporto Nazionale sui pesticidi nelle acque – ISPRA (208/2014) che riferisce dei dati rilevati sulle acque superficiali e sotterranee nel biennio 2010-2012. http://www.isprambiente.gov.it/files/pubblicazioni/rapporti/Rapporto_208_2014.pdf

Il Rapporto descrive la presenza nelle nostre acque di 175 pesticidi diversi con picchi massimi di 31 sostanze in un singolo campione di acque superficiali e di 36 in un singolo campione di acque sotterranee. Nello stesso Rapporto l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) in tema di poliesposizioni dichiara “che esistono lacune conoscitive riguardo agli effetti di miscele chimiche e, conseguentemente, risulta difficile realizzare una corretta valutazione tossicologica in caso di esposizione contemporanea a diverse sostanze (Backhaus, 2010).Gli studi dimostrano che la tossicità di una miscela è sempre più alta di quella del componente più tossico presente [Kortenkamp et al., 2009]. La normativa di riferimento, quella europea in particolare, così come le metodologie di valutazione del rischio utilizzate, sono generalmente riferite alle singole sostanze. Maggiori attenzioni e approfondimenti in relazione agli effetti della poliesposizione chimica sono auspicate in particolare a livello di Unione Europea (Consiglio UE 17820/09).

Sorge a questo punto un’altra domanda: I pesticidi dopo il loro utilizzo per quanto tempo permangono in ambiente?

A titolo di esempio: in acque profonde sono state reperite triazine, sostanze non più autorizzate in Europa, e alcune di esse ritirate negli anni ’80 o limitate nell’uso dal 2003. Il loro reperimento è considerato “residuo di una contaminazione storica” dovuta oltre che a un uso massiccio nel passato alla persistenza ambientale di tali sostanze e dei loro metaboliti. L’elenco di sostanze non più autorizzate e presenti non si limita purtroppo alle triazine.

Se ci sforziamo di dare una lettura integrata di tutte le informazioni: persistenza ambientale, rischio di poliesposizione, diffusione territoriale, effetti tossici acuti e cronici, ci appare chiaro che il tema pesticidi non solo è complesso e articolato ma comporta innumerevoli ricadute sulla nostra salute e per questo necessita di attenzione e approfondimenti.

Pensiamo che per dibattere di “BIO sì- BIO no” sia necessario adottare un approccio sistemico basato su evidenze scientifiche, coinvolgere le associazioni di settore i consumatori e gli esperti scientifici e soprattutto condividere e diffondere informazioni oggettive.

Federconsumatori vi aspetta al primo di questi incontri che si terrà ad ottobre presso la sede di Milano.

Federconsumatori Lecco vince la sua battaglia contro le protesi all’anca difettose. Alcuni dei pazienti che purtroppo ne avevano constatato i difetti e che attraverso Federconsumatori avevano fatto causa a una multinazionale americana che le produce, hanno cominciato ad ottenere i primi risarcimenti. Alla sbarra alcuni impianti di articolazioni artificiali, che poi si è scoperto essere potenzialmente pericolose per un difetto di fabbricazione.

Sono 99 i degenti che, tra il 2005 e il 2009, sono stati sui tavoli delle camere operatorie del presidio brianzolo di Merate, in provincia di Lecco, per sottoporsi a un intervento di impianto dei dispositivi clinici, 116 in tutto, dato che in alcuni casi è stato necessario procedere a doppi innesti. L’allarme è stato dato qualche anno fa dagli stessi tecnici della società statunitense che produce queste apparecchiature, avendo riscontrato alcune frizioni anomale e soprattutto possibilità di “metallosi”, ovvero di un tipo di del sangue dovuta al rilascio di sostanze nocive a causa dello sfregamento delle componenti delle protesi, che all’epoca erano ritenute le migliori in assoluto. I pazienti avvertiti della brutta anomalia, hanno eseguito una serie di esami ed hanno scoperto che in effetti le cose stavano come gli avevano raccontato, e sono stati riscontrati parametri anormali nel sangue, ottenendo la possibilità di tornare in camera operatoria per sostituire la protesi difettosa.

Le persone che hanno riscontrato questo difetto si sono dovute successivamente sottoporre a nuovi cicli di fisioterapia e ad altre cure mediche per curarsi. Soldi spesi a causa di una mancanza altrui per la quale coloro i quali hanno chiesto un indennizzo, oggi si vedono per la prima volta liquidare. Per fortuna non si è dovuti finire in tribunale ma l’azienda che ha realizzato le protesi ha deciso di sottostare a un accordo bonario.

Il sistema energetico evolve e si prepara ad andare sul ‘cloud’: grazie all’integrazione con le nuove tecnologie digitali per le comunicazioni, nel prossimo futuro cambierà il paradigma con cui vengono erogati i servizi di luce, gas, acqua e trasporti, che diventeranno sempre più flessibili e ‘intelligentì per offrire ai consumatori nuove opportunità di risparmio e nuovi servizi.

È quanto emerge dal convegno promosso dall’International Smart Grid Action Network (Isgan) e dalla Global Smart Grid Federation (Gsgf), in collaborazione con la società italiana Rse (Ricerca sul sistema energetico), che si è svolto qualche settimana fa a Lecco.

”Dalle reti elettriche intelligenti, le cosiddette smart grid, ora ci stiamo muovendo verso un nuovo sistema energetico più complesso, che include anche altri servizi come gas, acqua e trasporti”, spiega Stefano Besseghini, amministratore delegato di Rse. Grazie all’intelligenza distribuita e alle nuove tecnologie digitali per le comunicazioni, tutte le informazioni relative ai consumi energetici di ciascun utente potranno essere convogliate in un’unica grande infrastruttura, concettualmente simile alla ‘nuvola’ informatica, che permetterà di accedere a tutta una serie di servizi ovunque ci troviamo. ”Gli utenti potranno monitotare più facilmente i loro consumi – aggiunge Besseghini – e potranno usufruire di nuovi servizi personalizzati, stipulando ad esempio contratti dinamici per il consumo di acqua tra la prima e la seconda casa, in modo da gestire i consumi in tempo reale pagando il servizio solo quando lo si usa”.

Le tecnologie per farlo ”sono già disponibili – spiega Michele De Nigris, presidente Isgan e direttore del Dipartimento sostenibilità di Rse – ma bisogna ancora trovare un linguaggio comune per farle ‘dialogare’ fra loro, oltre che nuove regole per il mercato. Solo così potremo davvero avere delle città sempre più ‘smart”.

Non piacciono a Rayanair le voci che parlano di un matrimonio tra gli aeroporti di Milano e di Bergamo. “Per noi – ha spiegato di recente all’Ansa il numero uno Michael O’ Leary – è meglio avere aeroporti in concorrenza tra di loro”, dato che “i monopoli non fanno bene ai consumatori e al mercato e aumentano i costi”.

Ma gli scali italiani – ed in primis quelli lombardi – sembrano andare in tutt’altra direzione. E così c’è chi plaude al colpo d’acceleratore dato alle prossime nozze tra Sea e Sacbo, gestori degli scali di Milano (Linate e Malpensa) e di Bergamo (Orio al Serio).

Per i Cda delle due societa’ – riferisce sempre un comunicato stampa dell’Ansa – la possibile integrazione e’ infatti una “prospettiva valida”, nonostante i dubbi dei bergamaschi, da tempo in trattative con Save (Aeroporti di Venezia), per gestire in comune lo scalo di Brescia Montichiari. Bergamo teme infatti di essere fagocitata da Milano, che nel 2014 ha realizzato 685,1 milioni di ricavi, 6 volte i 101,25 milioni di Orio, un utile 10 volte superiore (54,9 contro 5,32 milioni) ed il triplo dei passeggeri (27,7 contro 8,77 milioni). La ricerca commissionata al rettore dell’Universita’ di Bergamo Stefano Paleari ha pero’ convinto anche i piu’ scettici ed i Cda hanno invitato i rispettivi presidenti a “valutare con gli azionisti, avvalendosi del supporto del professor Paleari, le possibili soluzioni per rendere operativo il processo d’integrazione”. Di piu’ non e’ dato sapere, dato il silenzio stampa imposto a Paleari.   Recentemente si erano pronunciati a favore due soci di rilievo di Sacbo: il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, espressione del 13,7% in mano al Comune, e Pietro Modiano, presidente di Sea, che la controlla al 30%. La societa’ milanese e’ a sua volta controllata al 54,81% dal Comune di Milano e al 35,72% da 2i Aeroporti (49% in mano alle francesi Ardian e Credit Agricole e 51% ad F2i, che possiede un ulteriore pacchetto dell’8,62%).

Tornando invece alla compagnia irlandese, Ryanair ha appena annunciato una nuova base a Malpensa ma Bergamo non ne soffrira’. ”Ci vedrete crescere sia a Bergamo che a Malpensa” ha detto O’Leary ricordando quanto successo l’anno scorso con Fiumicino e Ciampino.

In merito alla concorrenza con Alitalia e alle prospettive di mercato per l’Italia, O’Leary ha sottolineato che ”molti milioni di consumatori milanesi e di turisti sono stanchi di pagare le alte tariffe di Alitalia e Easyjet. Alitalia – ha aggiunto – per molti anni ha fatto tariffe alte che hanno impedito la crescita del turismo. Noi – conclude – abbiamo dato opportunita’ di crescita alle regioni del sud e alle isole con voli diretti nei loro aeroporti”.

Oltre 162mila chili di alimenti contraffatti sequestrati, 143 segnalazioni amministrative, 81 per abuso commerciale e 29 denunce. Sono i risultati della lotta alla pirateria agroalimentare alla svolta dalla Guardia di Finanza nei primi sette mesi del 2015, illustrati a Expo nel convegno “Contrasto alla contraffazione e tutela del Made in Italy nel campo agroalimentare”.

In base ai dati forniti dal colonnello Vincenzo Tuzi, Comandante del Nucleo Tutela Proprietà intellettuale delle Fiamme Gialle, la regione più colpita dai sequestri da gennaio a luglio sono le Marche con 44.564 chilogrammi di alimenti (in gran parte falsi prodotti biologici), seguita da Veneto (30.705 kg), Liguria (27.100 kg), Calabria (25.575 kg) e Basilicata (11.683 kg). In generale, i sequestri hanno interessato soprattutto pasta e farine (oltre 90mila kg). Si concentrano quasi totalmente in Lombardia, invece, i sequestri di bevande, dove spicca il dato degli oltre 21 milioni di litri di falsi vini Doc, Igp e Igt scoperti dal Nucleo di Pavia nell’ambito dell’operazione “Cana”.

Nel campo dell’agro-pirateria, ha spiegato il comandante Tuzi, “l’inganno al consumatore può riguardare non solo l’indebita riproduzione, copia e falsificazione del marchio ma, soprattutto, la falsa indicazione delle composizioni organolettiche dei prodotti, oppure la falsa indicazione di provenienza geografica, di denominazione di origine o specialità tradizionale garantita (marchio DOP, IGP o STG). Nella classifica dei cibi piu’ bersagliati dalle frodi, infatti, il primato spetta ai prodotti Dop e Igp (16%). A cio’ si aggiunge il fenomeno dell’italian sounding che colpisce l’agro-alimentare del nostro paese soprattutto all’estero, Stati Uniti in primis”. In questo campo, per le eccellenze alimentari italiane, ha proseguito il comandante, il “web rappresenta una grande opportunità ma anche una grave minaccia, in quanto attraverso questo strumento possono essere messi in vendita prodotti contraffatti e pericolosi”.

La lotta ai falsi alimenti made in Italy svolta dalla Guardia di Finanza passa anche attraverso il Siac, il Sistema Informativo Anti Contraffazione entrato a regime nel 2014 con sede a Bari. “Il Siac – ha spiegato Tuzi – si presenta innanzitutto attraverso un sito-web che fornisce un quadro della situazione aggiornato sull’azione dei vari attori istituzionali a contrasto del ‘mercato del falso, mettendo a disposizione dell’utenza (imprese e cittadini) anche indicazioni e consigli pratici per evitare di acquistare prodotti contraffatti o pericolosi”.

Il decreto Milleproroghe – D.L. n. 192/2014, ha spostato al 31 dicembre 2015 il termine per i nuovi “libretti” delle caldaie (<10kw) e dei condizionatori (>12kw)

Il nuovo libretto finisce per essere una sorta di carta d’identità dell’impianto: ne registra tutta la vita dalla prima accensione fino alla demolizione, includendo le modifiche, sostituzioni di apparecchi e componenti, interventi di manutenzione e di controllo, valori di rendimento nel corso della vita utile, cambi di proprietà.

Il modello in vigore dal prossimo 1 gennaio 2016 non si distinguerà più in due tipologie di moduli – uno riferito alle centrali termiche e l’altro al singolo impianto autonomo -, bensì su un modulo unico, personalizzabile, costituito da tante schede, usate e assemblate in funzione delle componenti dell’impianto. Gli attuali ‘Libretti di Centrale e di Impianto’ (per impianti termici sopra e sotto i 35kW) dovranno essere sostituiti da un unico ‘Libretto per la climatizzazione’ su cui sarà possibile indicare, per esempio, la presenza sia dell’impianto termico (di qualsiasi potenza) che dell’impianto di climatizzazione estiva.

Per gli impianti esistenti sino all’ingresso del nuovo libretto, i “Libretti di centrale” ed i “Libretti di impianto”, già compilati in precedenza, dovranno essere allegati al nuovo “Libretto per la climatizzazione”. La prima compilazione sarà fatta dall’installatore all’atto del montaggio dell’impianto e della sua messa in funzione. In seguito dovrà essere aggiornato dal responsabile dell’impianto (cioè il singolo cittadino o, in condominio, dall’amministratore o da una ditta terza da questi delegato) o dal manutentore.

La periodicità della manutenzione per l’efficienza rimarrà a discrezione delle singole Regioni e potrebbe variare dai due ai quattro anni (salvo indicazioni diverse). Per tutto ciò che riguarda la manutenzione e la verifica della sicurezza e salubrità fa fede quanto indicato dal manutentore.

Scattano importanti novità sul fronte dell’Rca auto. Per prima cosa, dal 18 ottobre 2015, come indicato nel D.M. 110/2013, non sarà più obbligatorio esporre sul parabrezza il contrassegno di assicurazione.

Inoltre, a partire dal primo di giugno l’attestato di rischio (Adr) è in formato elettronico: il documento, che indica la classe universale (CU) di appartenenza dell’assicurato e il numero di incidenti fatti negli ultimi 5 anni, abbandona il formato su carta.

Per il contraente l’attestato sarà disponibile sul sito internet della stessa assicurazione, registrandosi nell’apposita area riservata agli assicurati: inoltre, è prevista la possibilità di consegna telematica dello stesso tramite e-mail o, l’ultima frontiera della digitalizzazione, attraverso Facebook e Twitter.

L’Adr è depositato in una nuova banca dati gestita dall’ANIA e sotto il controllo dell’IVASS, l’Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni, in modo che tutte le compagnie possano acquisirlo direttamente senza richiederlo al cliente.

L’obiettivo, si legge in una nota del MISE, è quello di “ridurre le frodi, contrastando la contraffazione dei contrassegni cartacei e l’evasione dell’obbligo assicurativo, tramite la sostituzione dei contrassegni attuali con controlli incrociati telematici tra le banche dati delle targhe dei veicoli e quelle delle polizze assicurative”.

Rispetto alla Germania, e non solo, in Italia si guadagna di meno e i costi della vita sono spesso superiori. Il problema è spesso fiscale: i salari medi nelle principali città tedesche sono superiori rispetto a Milano e Roma di oltre il 10% su base lorda e di circa il 20% considerando contributi e tasse. Sono dati diffusi dall’Ansa e relativi all’edizione 2015 della ricerca Ubs, secondo la quale Milano (16esima al mondo) sta diventando progressivamente più cara di Roma (28esima): nel paniere Ubs di 122 beni e servizi, New York rimane di gran lunga la più cara in assoluto, seguita da Zurigo e Ginevra.

Secondo lo studio – che esamina prezzi, salari e potere di acquisto in 71 città del mondo per un totale di 68mila dati raccolti – i prezzi si sono mantenuti su livelli simili tra Roma e Milano fino al 2012, ma negli ultimi tre anni si sarebbe creata una forte divergenza, con Milano che risulta del 16% più cara della capitale. Da notare che le due principali città italiane risultano più care, tra le altre, di Amsterdam, Francoforte e Monaco. A livello globale le città più economiche sono invece New Delhi, un po’ a sorpresa Praga, Bucarest, Kiev e Sofia, tutte con costi totali di circa un terzo rispetto alla capolista New York.

Gli autori della ricerca Ubs ritengono che “il metodo migliore per giudicare il valore effettivo dei salari è confrontare il potere di acquisto per beni che sono più o meno uguali in tutto il mondo”. Ecco per esempio il re degli hamburger, il ‘Big Mac’: per comprarlo a un lavoratore medio di Hong Kong serve l’equivalente di nove minuti del proprio salario, a Milano e Roma 18 minuti, a Nairobi (ultima della classifica per potere d’acquisto) quasi tre ore. I lavoratori di Zurigo possono invece comprarsi un iPhone 6 dopo 21 ore di lavoro, a Kiev ne servono 30 volte di più.

Il paniere dei 39 generi alimentari che è stato preso in considerazione dalla ricerca Ubs costa quattro volte di più a Seoul rispetto alle città più economiche. In genere – compresi i cambiamenti portati dai movimenti dei valori monetari, con le città svizzere balzate ai primi posti delle classifiche per la svalutazione ‘shock’ del franco – il costo dei servizi in genere tende a essere correlato a quello dei salari locali. Con qualche curiosità: il taglio di capelli più caro viene fatto a Oslo e costa in media 19 volte più che a Giacarta.

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