Archives for agosto, 2015

Il problema della responsabilità dell’operatore turistico è divenuto negli ultimi anni, grazie allo straordinario sviluppo del turismo quale fenomeno di massa, un tema di rilevante attualità, segno che la vacanza ha ormai acquisito una funzione socio-economica tale per cui deve considerarsi come bene di grande importanza per la qualità della vita delle persone.

In tal modo, l’esigenza per il turista a che si realizzi il pieno ed effettivo svolgimento della vacanza, assume importanza decisiva sia al momento della conclusione del contratto tra il consumatore e l’operatore turistico, sia nella fase propria di esecuzione del rapporto contrattuale.

Il nostro ordinamento prevede una tutela per il consumatore che non abbia potuto godere della vacanza a causa di disservizi imputabili all’organizzatore del viaggio (il tour operator) o al venditore dello stesso (l’agenzia di viaggi).

Il nuovo Codice del Turismo amplia, all’art. 33, la nozione di organizzatore di viaggio, intendendo non solo colui che direttamente organizza il pacchetto, ma anche colui che offre al turista la possibilità di realizzare in maniera autonoma il viaggio ed acquistare la combinazione così elaborata, denominato contratto tailor made.

Con l’evoluzione normativa e giurisprudenziale, la finalità di svago e di vacanza entra a far parte del contenuto negoziale del contratto, costituendo elemento caratterizzante del contratto medesimo.

Pertanto, il mancato od inesatto inadempimento delle obbligazioni assunte contrattualmente determinerà l’onere al risarcimento del danno secondo le relative responsabilità, in capo al venditore ed all’organizzatore.

Ai sensi dell’art. 43 comm.2 del Codice del Turismo inoltre è stato espressamente previsto che “l’organizzatore o il venditore che si avvale di altri prestatori di servizi è comunque tenuto a risarcire nel danno sofferto dal consumatore, salvo il diritto di rivalersi nei confronti di terzi”.

Il danno da vacanza rovinata è stato qualificato come danno non patrimoniale, consistente nel “pregiudizio che si sostanzia nel disagio e nell’afflizione subiti dal turista-viaggiatore per non aver potuto godere pienamente della vacanza come occasione di svago e/o di riposo”.

Infatti già la Direttiva Comunitaria 314/90 sulle vacanze tutto compreso, afferma che l’organizzatore risponde “di qualunque pregiudizio causato al viaggiatore

Si tratta dunque di un pregiudizio di tipo psicologico che colpisce il danneggiato ed è riconducibile ai disagi subiti, alla delusione per la mancata realizzazione delle aspettative, al mancato riposo, alla necessità di sollevare reclami e protesti, in generale dal fatto di non aver potuto godere della serenità che è lecito attendersi dalla vacanza.

In definitiva, la frustrazione della finalità di svago si traduce in un vizio funzionale che determina l’estinzione del rapporto obbligatorio, come confermato da un recente arresto giurisprudenziale, laddove si riconosce che “la finalità turistica o lo scopo di piacere della vacanza non costituisce un motivo irrilevante, ma connota la causa concreta del contratto di viaggio in quanto è funzionale e strumentale alla realizzazione dell’interesse ad usufruire di una vacanza di riposo e di svago”. ( Cass. 24 luglio 2007, n. 16315)

La Suprema Corte, ha chiarito e confermato che: “ L’organizzatore o venditore di un pacchetto turistico è tenuto a risarcire qualsiasi danno subuito dal consumatore, a causa della fruizione del pacchetto turistico, anche quando la responsabilità sia ascrivibile esclusivamente ad altri prestatori di servizi, salvo il diritto a rivalersi nei confronti di questi ultimi. Il danno non patrimoniale, quando ricorrano le ipotesi espressamente previste dalla legge, o sia stato leso in modo grave un diritto della persona tutelato dalla Costituzione, è risarcibile sia quando derivi da un fatto illecito, sia quando derivi da un inadempimento contrattuale. Nel nostro sistema il cosiddetto danno da vacanza rovinata viene ormai ricompreso nell’ipotesi di danno non patrimoniale ulteriore rispetto a quello morale.” ( Cass. 13 novembre 2009 n°24044).

Pertanto nella quantificazione del danno da “vacanza rovinata”, si dovrà tener conto della quantificazione del danno non patrimoniale, tenuto conto della durata del viaggio, la gravità ed i giorni di persistenza dei disservizi, il valore soggettivo attribuito al viaggio dal consumatore, lo stress subito a causa dei disservizi o la delusione per la cancellazione improvvisa del viaggio. (G.d.P. Altamura, 04/02/2005, fonti: Corti pugliesi,2006,75 n. Gorgoni, nel rep.:2007, n. 295 – Trib. Pesaro, 10/09/2006, fonti. Corti marchigiane, 2006,617, n. D’Ilio, nel rep. 2007, n. 46)

 

Carmelo Benenti

Responsabile dello staff legale di Federconsumatori Lombardia

La spesa sanitaria nel nostro Paese assorbe mediamente più del 80% delle risorse medie delle Regioni, questo è il dato di fatto! Può essere un indice importante, positivo, il nostro Ordinamento Civile è fortemente proiettato per la salute dei cittadini ed investe ingenti risorse per mantenere il livello del servizio accettabile, se non d’eccellenza, non a caso ancora oggi il nostro sistema sanitario è ritenuto uno dei migliori al mondo. Altro dato incontrovertibile è che il Servizi Sanitario Nazionale, nato del 1978 con la Legge 883 è esempio di una legislazione innovativa e democratica, in linea con la Carta Costituzionale. La Legge ha stabilito per la prima volta un servizio Pubblico Universale gratuito a tutti i cittadini, superando le casse malattia, le mutue, le cliniche, ecc…ci sono voluti anni di lotte dei sindacati, della società civile per questo risultato. Oggi a distanza di qualche decennio e dopo le modifiche introdotte dai decreti 502 del 1992 e 517 del 93 la situazione è radicalmente cambiata, i dati forniti dal Ministero della Sanità ci dicono cosa è rimasto di Pubblico e cosa è cresciuto nel Privato, paradossalmente il Servizio Sanitario Nazionale Pubblico è diventato più o meno la metà. Cos’ha determinato una separazione così netta tra Pubblico e Privato? Nel 1992 il legislatore con decreto legislativo n. 502, integrato con il successivo 517 del 1993 modificò il sistema sanitario per rimettere ordine e cercare di frenare la crescita delle spese sanitarie, anche a seguito di diversi scandali che avevano investito la sanità. Con questi provvedimenti s’introdusse il concetto di “azienda” e iniziò un nuovo processo di riforma. A mio avviso è qui che si è determinato il grosso dell’esborso Pubblico affidato alle Regioni, di fatto si paga sia il sistema Pubblico che quello Privato, pagando due volte un sistema sanitario per i cittadini, è qui il vulnus. La cattiva sanità Pubblica non capace di organizzarsi a pieno con le proprie strutture, ha volutamente delegato al privato, di fatto, la gestione di innumerevoli servizi ai cittadini, esami, diagnostiche generali e specialistiche, tant’è che se si vuole un qualsiasi esame si corre, senza indugio, nelle strutture Private, in grado in pochi giorni di soddisfare le esigenze. Siamo già a pieno titolo in una sanità privata finanziata con soldi pubblici. Non ci sarebbe nessuna obiezione da porre qualora si trattasse di Sanità veramente privata, fatta con investimenti privati e pagati direttamente da cittadini che preferiscono pagarsi di tasca propria le prestazioni. Ma quando i soldi pubblici finanziano due sistemi sanitari, cioè quello delle ASL e delle AO e in aggiunta il sistema “accreditato”, questo crea un buco nei bilanci. Bisogna porsi la domanda: ha senso tutto ciò? Ha senso proseguire con gli accreditamenti? Per ripianare il debito si è pensato di infierire ancor di più sul sistema pubblico, Infatti la risposta è stata : incremento dei ticket, cioè 20€ a prestazione nel pubblico anche per prestazioni da 1,50€. mentre nel privato no. Un altro aspetto fondamentale è quello del sistema legato al medico di base, punto focale del sistema sanitario. Dal medico di base partono la gran parte di richieste di analisi e di diagnostica, il medico di base, normalmente non fa una diagnosi e quasi interamente si appoggia agli esami, il medico di base appare così come un mero dispensatore di esami, molti parlano di Medicina Preventiva e gli esami prescritti sono un accertamento. Il medico di base non fa una diagnosi se non prima di un accertamento, manca la conoscenza del paziente. La Carta Regionale Elettronica, avrebbe dovuto essere funzionale ai cittadini e di conseguenza anche ai medici, avrebbe dovuto riportare tutto quello che accade ad un cittadino, registrare esami, visite mediche e che tipo di farmaci si è usati. Purtroppo questo non accade e il medico stesso non è aiutato in questo lavoro, che se ben strutturato, sicuramente può permettere al medico di base un lavoro diverso, probabilmente capace di superare una parte consistente di esami, cosi facendo a contribuire alla diminuzione della spesa sanitaria ed a essere più medico e meno burocrate e passa carte. Ultima questione è relativa alle ingenti spese per approvvigionamento del necessario per far funzionare il sistema, dalle apparecchiature per la diagnostica a i piccoli presidi medici, gli scanali di questi ultimi mesi balzati alla cronaca, hanno evidenziato abusi e discrezionalità degli acquisti, ognuno decide, o meglio decideva quello che voleva, creando enormi disparità di costo da una regione all’altra. Quello che appare lampante in questa vicenda, è la mancanza di controlli, nessuno guarda, non esiste un sistema strutturato dei controlli, non esiste una legge che li impone, non si tratta solo di stabilire le gare per le forniture, ma di istituire monitoraggi costanti nel tempo per verificare la qualità degli standard, oggi non verificata. Poche ricette ma rilevanti possono dare una svolta al sistema e recuperare efficienza e risorse, vanno fatte scelte coraggiose a favore dei cittadini e non dei baroni della medicina o del politico di turno, se fossero introdotte riforme organizzative mirate il sistema ne avrebbe un profondo beneficio e l’ingente quantità di risorse, provenienti dalla tassazione generale sarebbe risparmiato.

Un ritardo nella comunicazione tra lo Stato italiano e la Commissione europea potrebbe costare caro alla Siae. Delle novità intervenute a fine anni ’90 nel nostro ordinamento sulla legge a tutela del diritto d’autore, un provvedimento originariamente datato 1941 che necessariamente doveva essere aggiornato, le autorità europee sono state informate con ritardo. Come ha stabilito la Corte di giustizia della Comunità europea, in una sentenza del novembre del 2007, ciò risulta contrario al principio del libero scambio delle merci che vige all’interno dei confini della Ue. L’Italia ha provveduto a sanare questa mancanza solo nel 2009 e così, in pratica, i provvedimenti dettati dalla Società Italiana degli Autori ed Editori, come l’apposizione di bollini e certificazioni su alcuni tipi di cd, per tutta la prima decade del 2000, in teoria, dovrebbero essere considerati non-dovuti e i soldi, versati alla Siae, restituiti.

A supporto di questo, e molto meno teorica, è arrivata in questi giorni una sentenza della Corte d’appello di Roma, Sezione prima civile. Essa ha condannato la Siae alla restituzione di quasi 250 mila euro (cifra comprensiva degli interessi maturati) a due società editrici di Milano. Queste, dall’ottobre del 2000 al giugno del 2001, avevano versato gli importi necessari per apporre i bollini di autenticità su una serie di cd contenenti programmi informatici poi allegati a riviste distribuite dagli editori medesimi. Ma che quel tipo di prodotto necessitasse della certificazione Siae era proprio una delle ultime novità inserite nelle legge e sconosciute alla Comunità europea.

“Il Giudice d’appello ha riconosciuto che quanto versato dai miei clienti per i bollini Siae era non dovuto” commenta l’avvocato Daniela Gasparin del Foro di Milano, che di seguito aggiunge: “Ora quei soldi devono essere restituiti. I miei clienti versarono in quegli anni circa 209 mila euro, ma su quella cifra devono essere applicati gli interessi che i giudici hanno deciso decorreranno dal 2007, anno in cui la Corte europea ha sentenziato il ritardo italiano e l’illegittimità di certi obblighi”.

È probabile che la Siae ora ricorra in Cassazione. “È vero, ma la sentenza di Roma è dotata di immediata eseguibilità, quindi i miei clienti dovrebbero essere pagati” precisa l’avvocato Gasparin. E come loro altre decine se non centinaia di editori, grandi e piccoli, potrebbero già aver depositato cause contro la Siae per farsi restituire quanto versato tra 2000 e 2009; la sentenza di Roma assieme a quella della Corte europea hanno rappresentato, inatti, due pericolosi precedenti per le casse della Siae.

“Siae ha incassato, e continua ad incassare ogni anno, a fronte dei bollini che stampa e distribuisce, un importo complessivo compreso tra i 5 ed i 10 milioni di euro” dice l’avvocato Guido Scorza, esperto proprio in tema di diritto d’autore e blogger del Fatto quotidiano. Cifre elevate perché, secondo Scorza, la questione non riguarderebbe solo i cd che riportano programmi informatici, ma in genere tutti quei supporti a prescindere dal loro contenuto. Il rischio, per la Società italiana autori ed editori è, quindi, economicamente davvero rilevante. Scorza, però, fa presente alcune criticità: “È assurdo e paradossale ma sarà difficile, che altri imprenditori possano seguire le orme di chi ha avuto ragione dalla Corte d’appello di Roma. Ormai, a seguito di una pronuncia della Corte di Cassazzione, la giurisdizione in materia appartiene alla giustizia Tributaria e, in quella sede, i tempi per richiedere la restituzione di quanto versato sono molto stretti (due anni, contro i dieci della giustizia ordinaria). È pertanto piuttosto remota l’eventualità che qualcuno, salvo che non si sia già rivolto ai giudici in passato, possa agire oggi, chiedendo il rimborso di quanto versato prima del 2009. La morale di questa storia – termina Scorza – è più interessante delle singole vicende processuali: lo Stato, inequivocabilmente, viola il diritto dell’Unione europea e la Siae se ne avvantaggia incassando decine di milioni di euro che non avrebbe dovuto incassare. Alle spalle degli imprenditori che si impoveriscono di un eguale importo”.

Quasi 74 milioni di prodotti contraffatti ed insicuri sono stati sequestrati dalla Guardia di Finanza a tutela dei consumatori, nel corso di 1.634 interventi in tutta Italia, che hanno permesso anche di denunciare 676 responsabili, 12 dei quali tratti in arresto, e scoprire 6 opifici industriali utilizzati per la produzione delle merci irregolari. In dettaglio, quasi 30 milioni di pezzi sono risultati contraffatti, altri 3 milioni sono stati sequestrati per violazione delle norme a tutela del Made in Italy e più di 40 milioni per quelle sulla sicurezza dei prodotti. I sequestri sono aumentati sensibilmente rispetto all’estate del 2014. Le indagini partono dai punti di smercio e vendita, concentrati nelle località di villeggiatura, e puntano a ricostruire l’intera filiera del falso e della distribuzione, fino ai produttori/importatori ed ai centri di stoccaggio della merce illecita. Inoltre sono stati controllati 905 distributori stradali di carburante in tutto il territorio nazionale. Più di 200 le violazioni contestate, tra cui quasi 80 alla disciplina sui prezzi con sanzioni amministrative a carico dei gestori degli impianti. Nei casi più gravi, invece, 24 responsabili sono stati denunciati alle Procure della Repubblica insieme al sequestro di oltre 354.000 litri di prodotti petroliferi. Le attività ispettive si svolgono attraverso il riscontro del carburante erogato con l’importo pagato dagli utenti, mediante verifiche sulla qualità dei prodotti per individuare miscelazioni abusive con sostanze dannose per gli autoveicoli e controlli sul rispetto della disciplina dei prezzi, finalizzata ad offrire un’informazione corretta e la possibilità di scegliere le tariffe più convenienti. I controlli in corso nelle aree costiere, balneari e montane sono indirizzati anche a tutela delle imprese regolari, che in questo periodo puntano su un maggiore afflusso di clientela. Quasi 450 sono i venditori risultati completamente abusivi per totale assenza di licenze e permessi previsti dalla normativa commerciale e di pubblica sicurezza. Oltre 1.400 sono i venditori e gli esercenti che, seppure in possesso delle prescritte autorizzazioni, non hanno rispettato gli obblighi fiscali risultando, quindi, evasori totali. Nei loro confronti, i reparti della Guardia di Finanza hanno avviato specifici approfondimenti operativi finalizzati alla corretta individuazione del giro di affari nascosto al fisco. Oltre 1.300 sono, invece, i lavoratori “in nero” individuati, tra cui 13 minori. Infine, sono stati eseguiti 500 interventi a contrasto degli affitti irregolari di seconde e terze case nelle principali località di villeggiatura; violazioni sono state riscontrate nella metà dei casi e, in conseguenza, sono stati avviati più approfonditi accertamenti fiscali. Il piano operativo dei controlli prosegue per tutto il periodo estivo.

Ci sono grosse novità riguardanti le consumatrici. Sono infatti relative alla violenza di genere e alla tutela in genere sui luoghi di lavoro, elementi introdotti dal Decreto legislativo 80 del 2015. Sono state inserite modifiche al Testo Unico (151 del 2011) con la finalità di estendere la tutela della maternità delle lavoratrici e di ampliare le tutele che favoriscono la conciliazione dei tempi di vita e lavoro alla generalità dei lavoratori. Alcune di queste novità sono recepite da precedenti pronunciamenti della Corte Costituzionale. Nel testo vi sono inoltre alcune importanti novità introdotte per la prima volta nella nostra legislazione, come ad esempio gli incentivi previsti in favore dell’utilizzo del Telelavoro quale forma flessibile di gestione dei tempi di vita e lavoro. Novità assoluta, il congedo previsto per le donne vittime di violenza di genere che partecipino a percorsi di protezione, ad esempio diritto di astenersi dal lavoro per un periodo massimo di tre mesi, con astensione su base oraria o giornaliera, nell’arco temporale di tre anni. La disposizione si applica alle donne dipendenti di datore di lavoro pubblico o privato e alle lavoratrici che siano dipendenti di liberi professionisti. Le collaboratrici con rapporto di collaborazione coordinata e continuativa hanno diritto alla sospensione del rapporto contrattuale per un periodo massimo di tre mesi. Sono escluse le donne collaboratrici domestiche. Alla lavoratrice che si avvale del diritto al congedo spetta una indennità economica pari all’ultima retribuzione percepita, con riferimento solo alle voci fisse e continuative della retribuzione. Per le lavoratrici dipendenti, l’indennità è anticipata dal datore di lavoro. La lavoratrice dipendente pubblica o privata può richiedere altresì, la trasformazione del rapporto di lavoro a tempo pieno in lavoro a tempo parziale, verticale od orizzontale. La disposizione stabilisce, altresì, che il rapporto di lavoro deve essere ri-trasformato in full time a richiesta della lavoratrice stessa.

L`Autorità garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato un`istruttoria nei confronti di otto società di autonoleggio a lungo termine e della loro Associazione Aniasa, per accertare l’esistenza di intese restrittive della concorrenza, vietate dall’articolo 101 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Si tratta di Ald Automotive Italia, Alphabet Italia Fleet Management, Arval Service Lease Italia, EuropCar Italia, Hertz Italiana, Lease Plan Italia, Maggiore Rent e Win Rent. Nel 2014 il valore complessivo di questo mercato è stato di circa 5 miliardi di euro. L’istruttoria intende verificare se le imprese abbiano attuato un coordinamento delle rispettive strategie commerciali, attraverso uno scambio di informazioni sensibili. Si ipotizza anche un ruolo di coordinamento da parte dell’associazione di categoria Aniasa (Associazione nazionale industria dei servizi automobilistici e dell’autonoleggio). Per accertare tali circostanze, i funzionari dell’Agcm hanno eseguito oggi una serie di ispezioni nelle sedi delle società interessate, con l’ausilio del Nucleo speciale Antitrust della Guardia di Finanza. Se le contestazioni fossero confermate, rivelerebbero un’alterazione delle dinamiche competitive fra le maggiori imprese nel mercato del noleggio a lungo termine in Italia. Queste condotte potrebbero essere il risultato di un’intesa orizzontale, sotto forma di accordo o di pratica concordata, per evitare un corretto confronto concorrenziale tra i vari operatori.

Pubblichiamo un interessante intervento di Cristiano Maccabruni sulla newsletter che Federconsumatori Pavia ha diffuso di recente.

Ci risiamo! TIM ci ha comunicato che dal primo agosto ci sarà una manovra di “repricing” degli MMS e una modifica della scadenza delle opzioni tariffarie mensili per i telefoni mobili. In sostanza TIM ha deciso unilateralmente di aumentare alcuni costi e stranamente nel mese di agosto. Se non si è d’accordo si avrà tempo 30 giorni dalla ricezione del messaggio di modifica per chiudere il contratto e rinunciare alla linea TIM oppure per migrare a un altro operatore, in entrambi, i casi senza alcun costo. Nello specifico gli MMS che fino ad oggi avevano un costo diverso a seconda del piano tariffario e delle dimensioni, dal 2 di agosto indipendentemente dai Kbytes costeranno 90 centesimi IVA inclusa. Non tutti i profili tariffari saranno impattati da questa modifica ma solo chi riceverà un sms con l’annuncio. La seconda e più importante novità riguarda l’intervallo di rinnovo: ad oggi ogni 30 giorni, dal 2 agosto si passerà a 28. Saranno interessate dalla modifiche tutte le offerte consumer, quindi non le partite IVA, attive ma non più attivabili. In sostanza in questo secondo caso si tratta di un aumento di circa il 10% su base annua. TIM si è giustificata sostenendo che si tratta di un allineamento con gli altri competitor che già lo fanno e affermando che il cliente avrà una maggiore certezza del giorno in cui avviene il rinnovo dell’opzione. Consentendo così un più efficace controllo delle proprie offerte, evitando il superamento consapevole delle soglie. TIM ha previsto inoltre per i clienti interessati la possibilità di attivare gratuitamente l’opzione ”Parli gratis la domenica” che offre la possibilità di parlare gratuitamente con i fissi e mobili nazionali dal 6 luglio al 27 settembre. A nostro parere si tratta di una pratica particolarmente scorretta da parte dell’azienda, di fatto i costi aumenteranno per i clienti interessati, nonostante le giustificazioni di TIM, e ci piace poco il metodo: cambiare le condizioni di un contratto unilateralmente semplicemente comunicandolo all’utente ci ricorda per l’ennesima volta il livello di attenzione al consumatore che vige nel nostro Paese. Ovviamente aspettiamoci analoghe manovre da parte degli altri operatori telefonici nel prossimo futuro

Cristiano Maccabruni